mercoledì 13 maggio 2015

Misantropia portami via.

Oggi su Twitter spopolava il tag #AmoLeggere.
Anche io ho detto la mia, più che altro mi sono limitata a riportare una citazione di Ugo Ojetti, giusto per celebrare l'evento di avere un trend che non fosse legato agli One Direction.

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Ovviamente ho letto anche gli interventi di altre persone, tutte come me hanno voluto lasciare un pensiero. Qualcuno si è limitato a spiegare il perché di questa passione, altri si sono improvvisati poeti, altri ancora hanno postato le foto della propria biblioteca. Tutto ok, finché non ho scavato un po' più a fondo e non mi sono resa conto del reale significato di alcuni tweet, messaggi, post, chiamateli come vi pare.

Ed ecco che  mi è partito il feeling "Rossella vs Il resto del mondo".

Perché quando si parla di arte bisogna sempre fare la gara a chi ne sa di più? Chi ha letto di più, chi ha più libri, chi conosce più incipit? Perché deve essere una continua affermazione di se stessi?
Secondo me in questi momenti si perde totalmente il senso della lettura.

Lungi da me creare una polemica inutile, ma se ti trovassi qui per caso, lettore random del blog, sappi che per me questa gara tra intellettualoidi è una grande stronzata.
A quanti di voi sarà capitato? Siete nel mezzo di una conversazione su libri (musica, film, serie tv, fa lo stesso), siete felici perché finalmente avete trovato qualcuno in grado di mettere due parole in croce su un argomento che vi appassiona, quando all'improvviso ecco che scatta il commento "Io ne so più di te". È un commento sottile, così sottile che spesso chi lo fa nemmeno si rende conto della presunzione che ci ha messo dentro, si manifesta in risposte come:
"Ah, no io li ho letti tutti".
"Non ti piace il libro X? Io lo adoro, ma lo sai alcuni libri non sono per tutti!"
"Più lo leggevo più mi rendevo conto dell'influenza di -
autoresconosciuto-, ma come non lo conosci? Io l'ho studiato in quarta elementare tra le poesie di Gianni Rodari".

Ed è così che si smette di parlare di arte e si torna a parlare di se stessi. perché abbiamo bisogno della competizione e dell'affermazione, degli applausi e dell'ammirazione. Perché chi se ne frega se il romanzo che ho appena finito cerca di insegnarmi il valore dell'umiltà, mi sentirò comunque un genio per averlo letto. Non importa se ho dovuto faticare sette camicie per finire di leggere un tomo di 800 pagine che non mi piaceva, l'ho terminato, posso mettere like alla pagina dell'autore su Facebook e posso dire a tutti che l'ho letto. Anzi no, meglio ancora, potrò postare una foto di me con il libro in bella vista, così nessuno potrà dubitare della mia bravura.
Quando ci si comporta in questo modo a quattordici anni o poco più va bene, ma quando adulti maturi e presumibilmente formati, si piegano a questo esibizionismo intellettuale si ha, come dicevo prima, il vero fallimento delle arti.

A quanto pare la maggior parte degli individui si sforza di mostrarsi nella sua veste migliore.

Ma che senso ha leggere se poi non si cerca di diventare persone migliori?

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